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Liturgia
3. - ESEGESI
1/ VANGELO (Lc 15,1-3.11-32)
A. CONTESTUALIZZAZIONE E GENERE LETTERARIO
La tradizione che identifica Luca con il medico amico e discepolo di Paolo di cui si parla in qualche lettera (cf. Fm 24; Col 4,14; 2 Tm 4,11) va considerata con estrema cautela, anche se è facile individuare nel testo le tracce della predicazione paolina. Dai suoi scritti (Vangelo e Atti) risulta che l'autore deve essere un cristiano - probabilmente un greco - convertito dal paganesimo, dotato di una notevole cultura e con una vocazione di storico (anche se non nel senso moderno); infatti egli cerca di collegare la storia di Gesù con la storia universale, e spesso trae spunto per le sue considerazioni da eventi contemporanei; tale collegamento si deve anche al fatto che Gesù è presentato come il salvatore del mondo (non solo come il Messia di Israele), e come colui che esprime in particolare il volto misericordioso di Dio. È evidente che, rispetto alla prima predicazione cristiana, i tempi sono mutati (il Vangelo viene in genere datato agli anni 70-80 soprattutto fra gli studiosi protestanti; molti di quelli cattolici si orientano intorno agli anni 60-62); all'attesa di una prossima parousia, con il suo rinnovamento cosmico, subentra la difficoltà di essere cristiani in un mondo che di Vangelo non vuol saperne. Il testo che ci viene oggi proposto è la notissima parabola del figliuol prodigo (o - come altri preferiscono chiamarla - del Padre misericordioso (o simili), dato che il principale protagonista è il padre). Bisogna ricordare che nell'insegnamento rabbinico la parabola è molto diversa da un semplice esempio: si tratta di un testo aperto, da reinterpretare continuamente. Non le si addicono domande come "che cosa significa?" o "che cosa vuol dire?": la parabola ci stimola ad andare sempre al di là del livello di significato che abbiamo già raggiunto.
B. CONTENUTO
COLUI CHE MANGIA CON I PECCATORI (Vv. 1-3) - I primi vv. contrappongono i pubblicani e i peccatori ai farisei e agli scribi.
Pubblicani erano definiti gli esattori delle imposte, ma non i grandi responsabili che appaltavano da Roma i tributi, bensì coloro che riscuotevano le imposte sulle mercanzie e i diritti di transito sulle strade maestre, sui ponti o alle porte di qualche città; coloro, insomma, che non avevano trovato di meglio da fare. Non vanno confusi con i grandi esattori o «capi di pubblicani» (come Zaccheo, cf. Lc 19,2), che avevano il controllo sui pedaggi e sui diritti di dogana in una determinata regione. Naturalmente, trattandosi di importi che sarebbero andati a un potere di occupazione, chi le riscuoteva veniva comunque considerato un traditore; si aggiunga che essi non andavano per il sottile quanto alla provenienza del denaro, e questo li esponeva all'accusa di impurità; infine - dato che il sistema di tassazione consisteva sostanzialmente in un appalto, e si dava per scontato che gli incaricati avrebbero arrotondato per conto loro il compenso - avevano, con ottime ragioni, fama di ladri.
Peccatori: non sono gli ignoranti, che mancano a qualche precetto per poca consapevolezza, ma coloro che respingono l'Alleanza con Dio, che disobbediscono volontariamente alla legge, profanano il culto e disprezzano le grandi feste religiose; sono i delinquenti, quanti collaborano con Roma nell'opprimere il popolo giudaico, gli usurai, i truffatori e le prostitute. Sono persone che tradiscono YHWH, vivono fuori dell'Alleanza e sono escluse dalla salvezza: i «perduti». Se donne, si tratta di quelle di cattiva fama, provenienti dagli strati più bassi della società. Nelle città, le prostitute lavoravano in genere in piccoli bordelli retti da schiavi; quelle che vagavano per i villaggi erano quasi sempre donne ripudiate o vedove senza nessuno che le proteggesse (e magari con il carico dei figli), che si presentavano in cerca di clienti a feste e banchetti .
Farisei e scribi facevano invece parte dell'élite che conosceva la legge divina e cercava di metterla in pratica… dimenticando però assai spesso la misericordia, che della legge divina era il cuore (cf. Lc 11,42).
Notiamo ancora una volta la frequenza con cui Gesù ricorre al contesto conviviale per esporre il proprio messaggio; non si tratta di una questione secondaria: a scandalizzare i benpensanti, infatti, non è tanto che egli si rivolga a gente peccatrice e poco rispettabile, quanto che sieda a tavola con loro. Questi pasti con i «peccatori» costituiscono uno degli aspetti più caratteristici di Gesù, e lo differenziano dai grandi maestri e forse anche dai grandi profeti del passato. Sedersi a tavola con qualcuno implica fiducia, amicizia e… rispetto! Ognuno siede a tavola con i suoi pari, e le regole del pasto (abluzioni, pagamento delle decime e precedenze nel servizio) tendono a consolidare il gruppo escludendo gli estranei. Un uomo di Dio che si accompagni a simili persone e condivida la mensa con loro non può non destare sospetti. E Gesù mangia con i pubblicani e i peccatori? Il suo non osservare le debite distanze, far tavola comune, accogliere allo stesso suo livello gente in discredito, dà luogo alla facile accusa: «Ecco un mangione e un beone, amico di pubblicani e di peccatori» (Lc 7,34b).
LA RICHIESTA SCRITERIATA… E LA VITA CHE NE DERIVA (Vv. 11-16) Il ragazzo non offende soltanto il padre, ma l’intera famiglia, che era tutto per la società dell’epoca: focolare, luogo di lavoro e di sopravvivenza, fonte di identità, garanzia di sicurezza e protezione. Il figlio domanda qualcosa di inaudito e imperdonabile. Esigendo la sua parte di eredità mentre il padre è in vita, lo considera già morto, spezza la solidarietà tribale e ne calpesta l’onore. Come potrebbe un padre distribuire la sua eredità mentre è ancora vivo? Oltre a menomare la propria autorità, metterebbe in pericolo il futuro della famiglia. La richiesta del figlio è vergognosa: il libro del Siracide, scritto da Ben Sira intorno agli anni 190-180 a.C., riporta questi saggi consigli: «Al figlio e alla moglie, al fratello e all'amico, non dare potere mentre sei in vita... Distribuisci la tua eredità quando saranno finiti i giorni della tua vita, all'ora della tua morte» (Sir 34,20-24). Per la ripartizione dell'eredità cf. anche Dt 21,17.
Ben presto, una vita dissennata porta il ragazzo alla fame. Nella sua incoscienza, non ha saputo prevedere i casi della vita, e ha tagliato i ponti con coloro che lo avrebbero difeso e sostenuto. Non ha mezzi per sostentarsi durante una delle ricorrenti carestie, in una società dove l’unico scudo sociale era appunto la famiglia; solo in mezzo a un paese straniero, finisce schiavo di un pagano, a custodire maiali. Il figlio di buona famiglia si trova fare un lavoro particolarmente "sporco" (si ricordi che il maiale era uno degli animali impuri per eccellenza). Dopo le sue baldorie è ridotto a desiderare le carrube dei suoi porci (la frase nessuno gli dava nulla viene da alcuni tradotta non ricevendo nulla da nessuno, con il punto alla fine della frase precedente e la virgola dopo, dato che non avrebbe certo avuto bisogno di ricevere da terzi il cibo che egli stesso provvedeva agli animali).
RITORNARE, MA DA SERVO (Vv. 17-20a) Il ritornare in sé del ragazzo fa un singolare contrasto con il riconoscimento che ormai egli non ha più alcun diritto di essere considerato figlio e tanto meno erede, avendo dilapidato in anticipo la sua parte di patrimonio. Comprende, ora, quel che ha fatto, ma - nell’ottica patrimoniale in cui si muove (trattami come uno dei tuoi salariati)- non può essere reintegrato in ciò che era! Da notare il verbo alzarsi che, pur indicando il semplice fatto di mettersi in piedi, comporta un evidente rimando alla resurrezione; a sua stessa insaputa, sta risorgendo nel ragazzo la condizione di figlio.
ESSERE ACCOLTO COME FIGLIO (Vv. 20b-24) Il padre mostrerà ora in quali termini egli valuti invece le persone: per lui il ragazzo è ancora un figlio cui andare incontro commosso; le disposizioni impartite ai servi, rivestirlo del vestito migliore (forse quello del padre stesso) mettergli i sandali da uomo libero, e soprattutto l'anello (che probabilmente è quello che identifica l'appartenenza alla famiglia nobile) mostrano il pieno reinserimento del figlio; la festa con l'esplicita dichiarazione questo mio figlio era morto ed è tornato in vita richiama l’aspetto di risurrezione della scena. Figlio si contrappone così a salariato (misthios), perché il rapporto è di amore e non contrattuale.
Ma l’onore del ragazzo e della famiglia va ristabilito anche all'interno del villaggio. Per troncare le chiacchiere, il padre organizza un grande banchetto in cui si uccide il vitello ingrassato (cosa gravosa e poco frequente per la gente della Galilea) e che prevede musica e danze.
L’ONNIPOTENZA DEL PADRE (Vv. 25-32) Questo padre sembra considerare suo compito principale quello di andare incontro ai figli! Il figlio maggiore, pur non avendo mai svenduto le sue prerogative, vive di fatto da salariato, e di un salariato ha il cuore. Attende che sia il padre a elargirgli i mezzi per fare festa, e si mostra lontano dal pensiero del padre e singolarmente vicino a quello del fratello scapestrato, in maniera diametralmente opposta nelle azioni, ma profondamente simile quanto al motivo ispiratore: anche per lui il patrimonio è al primo posto, e per esso può rigettare perfino la fraternità (questo tuo figlio)
Il padre gli parla con tenerezza particolare (lo chiama teknon, termine affettuoso che si può tradurre come «carissimo figliolo mio», «piccolo mio»). Dal suo cuore di Padre, egli vede tutto in maniera diversa. Il figlio venuto da lontano non è un depravato, bensì un figlio morto che è tornato in vita. E il figlio che non vuole partecipare alla festa non è uno schiavo, ma un figlio amato, che può gioire accanto al padre e al fratello condividendo tutto con loro.
Per la terza volta il tema della resurrezione scandisce il corso della narrazione; non ci viene detto se il maggiore superi il suo attacco di farisaismo, ma il richiamo al tema della morte e della vita ci fa sperare che partecipi alla festa.
Si consideri che il teologo Karl Barth si serve di questa parabola per illustrare l'onnipotenza divina: il Padre mostra la propria onnipotenza non costringendo i suoi figli ma perché attraverso la loro stessa libertà è in grado alla fine di ricondurli a casa
2/ PRIMA LETTURA (Gs 5,9-12)
A. CONTESTUALIZZAZIONE E GENERE LETTERARIO
Il libro di Giosuè descrive l'occupazione del paese di Canaan (che si può situare fra il XIII e il XII secolo a.C.), facendone un'epopea che probabilmente non rispecchia un fenomeno che fu invece assai più lungo pacifico di quanto non si narri. La data di redazione finale dell'opera del Deuteronomista (di cui il libro di Giosuè fa parte) viene in genere fissata a prima del 560 a.C., il che non esclude l'utilizzo di materiali molto più antichi. Giosuè che è stato l'aiutante e il confidente di Mosè diventa l'incaricato di introdurre il popolo nella terra promessa.
B. CONTENUTO
L’INFAMIA (V. 9) Con infamia si intende la mancanza della circoncisione, che non si era potuta praticare durante il cammino (cf. vv. 7-8), e che era tipica degli egiziani oppressori, ma probabilmente bisogna vedervi anche l'infamia della schiavitù: soltanto un popolo libero può rendere il debito culto a Dio (cf. Es 5,1)!
LA PASQUA (Vv. 10-11) Dopo il lungo cammino nel deserto ecco finalmente il momento della libertà. La Pasqua - che da festa della transumanza e rito di rinnovamento della madia in onore degli dei della natura è divenuta memoriale dell'uscita dall'Egitto - viene celebrata come rinnovamento dell'alleanza. Si tratta di una svolta epocale. Mangiare i prodotti della nuova terra significa che l’incredibile promessa di YHWH si è realizzata.
LA MANNA (V. 12) La manna aveva sostenuto il popolo nel suo cammino di fede; ora che la libertà è raggiunta, bisogna ricordare che il suo prezzo è la responsabilità. La celebrazione consente di ricollegarsi alle opere di Dio per portare i frutti che egli si attende nella terra di Canaan.
3/ SALMO RESPONSORIALE [Sal 33 (34TM),2-7]
A. CONTESTUALIZZAZIONE E GENERE LETTERARIO
Si tratta di un salmo alfabetico (in cui cioè ogni versetto inizia con una delle lettere dell'alfabeto nella loro successione) che ripete continuamente il nome di YHWH. L'autore è probabilmente un sapiente e i suoi intenti sono di tipo educativo e omiletico. Benché, come molti altri salmi, sia stato attribuito a Davide, la cultura riflessa nel salmo è indubbiamente più recente degli inizi della monarchia. Tale attribuzione significa probabilmente soltanto un richiamo alla grande fama di Davide come poeta e cantore.
B. CONTENUTO
Vv. 2-4: I poveri: quegli ‘anawîm che sanno di non poter contare sulle proprie forze, ma soltanto sulla misericordia di YHWH. La radice del termine lode (hll) ricompare sotto diverse forme, intrecciandosi con la benedizione, e l'intera comunità è chiamata a rallegrarsi e partecipare al canto. Gloriarsi nel Signore esprime, oltre all’esultanza, l’affidamento a lui come sostegno più forte di qualsiasi avversità. Vv. 5-7: Il salmista include se stesso fra quei poveri; ha conosciuto la liberazione che viene da Dio, unica certezza in un mondo che calpesta il debole. La sua storia si riassume nei verbi cercare, rispondere, liberare: il grido dell'orante non cade nel vuoto perché Dio lo raccoglie. La ricerca di YHWH è un filone costante del Salterio, specie per indicare l'accesso al tempio e la supplica; Dio risponde, e la sua parola di liberazione ha la potenza di creare quanto promette, perciò libera dalla paura. Raggianti nello splendore della salvezza divina, è cancellata qualunque forma di vergogna dovuta alla precedente situazione di debolezza.
4/ SECONDA LETTURA (2 Cor 5,17-21)
A. CONTESTUALIZZAZIONE E GENERE LETTERARIO
È un periodo oscuro della vita di Paolo. Con la prima missiva egli aveva chiarito alcuni problemi della comunità, ma la sua posizione era rimasta difficile. Paolo e i suoi collaboratori erano stati violentemente attaccati; soltanto Tito, dopo un po' di tempo, riuscirà a ristabilire la sua autorità. Paolo decide perciò di attendere prima di fare un ulteriore visita, e invia Tito con una nuova lettera (dopo averne già inviata un’altra). È difficile individuare gli avversari; in passato si era avanzata l'ipotesi di giudaizzanti, ora si pensa a giudei ellenistico-gnostici, o appartenenti a una diaspora contraria all'autorità e alla tradizione apostolica, oppure a giudeo-cristiani che si reputavano apostoli. La lettera si può datare all'autunno del 57; non ne viene messa in dubbio l'autenticità, mentre è discussa la sua unità.
B. CONTENUTO
NUOVI CIELI E NUOVA TERRA (V. 17) Essere "in Cristo" significa essere una creatura nuova perché significa partecipare della vita nuova del risorto, vita completamente volta all'amore verso Dio e verso gli altri. Siamo in presenza di un'autentica nuova creazione; l'antico stato di cose, che era privo di futuro, si trasforma adesso in una nuova esistenza nella prospettiva escatologica. Il fatto che si parli di creazione/creatura, ci collega alla speranza della creazione intera (cf. Is 65,17; 66,22; Rm 8,18-23; 2 Pt 3,13; Ap 21,1).
CREDO LA REMISSIONE DEI PECCATI… (Vv. 18-20) Tutto si riferisce a quanto è stato appena menzionato, nonché alla riconciliazione di cui si parla subito dopo, non quindi all'insieme dell'universo (il che rischierebbe di includerci il male), bensì alla totalità dei doni di Dio in Cristo, fra i quali vi è il ministero (diakonia). La riconciliazione poteva far pensare alla storia della città di Corinto; infatti Cesare, dopo aver ricostruito la città distrutta dai romani, vi aveva accolto gente di provenienza diversa, liberti e anche persone malfamate; per loro cominciava una vita nuova, ma ben più grande è la riconciliazione operata da Dio! Nel v. 19 infatti può significare anche poiché, o comunque sia; ritengo preferibile quest’ultima interpretazione; il gioco dei verbi (participio presente - imperfetto) rende il senso della durata della storia concreta di Gesù. Alcuni vedono in questa parte del v. un inno prepaolino, dato che è costituita da una terzina di enunciati di uguale lunghezza, ma l’insieme della teologia è troppo caratteristico del pensiero di Paolo per consentire una simile ipotesi; del resto, l’apostolo non è nuovo a intermezzi lirici. Era Dio… in Cristo si può intendere: a) Dio riconcilia il mondo in Cristo (che potrebbe limitare la riconciliazione all’ambito cristiano); b) Dio, in Cristo, riconcilia a sé il mondo (nel qual caso Cristo è il salvatore dell’universo); ritengo molto più convincente la seconda; in ogni modo, non vi è alcuna reciprocità fra Dio e uomo: tutto è dono e grazia, Cosa si intende per mondo? Per alcuni si parla dell’ambito delle creature capaci di decisione personale, ma poiché Paolo sottolinea come la creazione partecipi della liberazione dell’uomo, propendo a considerare kosmos come includente la creazione intera; si noti - tra l’altro - il passaggio da noi al mondo. Non imputando… le colpe: le colpe esistono ancora, ma non vengono imputate, non separano i credenti da Dio; Dio ha preso il peccato sul serio, ma facendosi solidale con noi. L’annuncio della non-imputazione è uno dei compiti della predicazione, perché in questo mondo ancora segnato dal male occorre davvero un atto di fede per sapersi perdonati! Al v. 20 il verbo presbeuô (due sole volte nel NT), che in Oriente indica l’azione dei diplomatici imperiali, introduce tre aspetti della missione: a) l’autorità da cui deriva; hyper, tradotto in nome di, può significate anche in favore di, oppure in luogo di; b) la sua natura; i missionari sono rappresentanti di Cristo, e la parola che portano è di Dio stesso; si noti che Dio esorta (parakaleô), mentre Paolo supplica (deomai): la riconciliazione è in primo luogo fra i Corinti e Dio. Lasciatevi riconciliare è un imperativo passivo: la riconciliazione è conseguenza dell’intervento del Signore nella comunità.
LO FECE PECCATO (V. 21) Il verbo è all’indicativo: espone ciò che Dio ha compiuto. Colui che… peccato: gynôskô esprime la conoscenza data dall’esperienza; un’espressione rabbinica parla di non “conoscere il gusto del peccato”. Hamartya indica la potenza stessa del peccato, che allontana il mondo da Dio; l’affermazione generica intende semplicemente parlare dell’assenza di peccato in Gesù. Dio lo fece peccato: alcuni autori, ritenendo eccessiva l’enfasi che la Riforma protestante ha posto su questo v., pensano a una sorta di identificazione con il peccato, oppure intendono hamartya come ‘sacrificio per il peccato’ (J. Moltmann parla di Dio contro Dio); ma nei sacrifici dell’AT l’uccisione della vittima rappresenta l’atteggiamento di supplica del peccatore: è Dio, non la vittima, a procurare il perdono. La frase è di fatto enfatica; l’uso dell’astratto (peccato/giustizia) anziché del concreto (peccatore/giusto) dà all’espressione un forte carattere superlativo. Personalmente, vi vedo il culmine dell’incarnazione, in cui Gesù sperimenta in sé stesso l’apparente abbandono del Padre, perché si è fatto essere umano fino al punto da assumere su di sé la nostra maledizione (cf. Gal 3,13), eppure rimane ubbidiente al Padre e fedele a noi, e proprio in questo è più che mai vicino al Padre e ci ricongiunge a lui. Quel che si esprime nel grido di Gesù Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46b e par.) Giustizia di Dio: il v. può avere diversi significati, che non si escludono a vicenda. Sebbene peccatori, riceviamo per grazia la giustizia di Dio, il che non esclude il carattere cosmico ed escatologico della liberazione completa e la comunione con Cristo ci introduce nel popolo dei riscattati. Si noti che Paolo, quando fissa lo sguardo su Cristo, diventa completamente ottimista: agli occhi di Dio non ci sono casi disperati, e grazia e gioia sono sempre presenti, anche in mezzo ai dolori e alle difficoltà della storia.
Teodora Tosatti |
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3. - ESEGESI
1/ VANGELO (Gv 18,1-19,42)
È impossibile riassumere in breve le ultime ore di Gesù, pronunciarsi sul suo "processo" o rendere ragione della teologia giovannea; mi limiterò ad alcuni fra i temi che Giovanni fa emergere.
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3. - ESEGESI
c 1/ VANGELO (Gv 13,1-15)
Si apre con questa pericope il cosiddetto Libro della Gloria. L'episodio avviene di notte (cf. 13,30), come l'esodo.
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5. ANNUNCIO
La croce ci costringe ad alzare lo sguardo dalle nostre preoccupazioni, a convertirci alla realtà di un mondo lacerato e doloroso, ma assetato di amore e bisognoso di coraggio, e alla capacità di Dio di trasformare la morte in vita. |
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4. SECONDA LETTURA (Fil 2,6-11)
• 1/ La morte di croce Di questo inno, certo precedente alla lettera (una di quelle autentiche di Paolo) e forse ripreso da una tradizione liturgica, si discute la paternità. Paolo ne fa un uso paradigmatico, che si comprende tenendo presenti alcune caratteristiche della città di Filippi; era ricca, importante economicamente e strategicamente, posta al centro della regione delle miniere d'oro della Tracia e situata su una delle più importanti arterie commerciali; in essa si contrapponevano orefici e minatori, commercianti e schiavi; da un secolo colonia romana, era popolata dai discendenti dei veterani di Antonio e Ottaviano, orgogliosi di aver messo sul trono i Cesari e orgogliosi del potere di Roma... chissà per quanti di loro una crocifissione faceva parte dei racconti di famiglia, se pure non vi avevano direttamente preso parte!
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